Call for papers XLVII congresso dell’Associazione italiana di studi semiotici (Siena, 25-27 de octubre)

Nella tradizione linguistica inaugurata da Émile Benveniste, e a cui gran parte della ricerca semiotica fa riferimento, il termine “enunciazione” denota l’atto di attualizzazione in discorso delle strutture virtuali della lingua, da parte di un “soggetto”, a sua volta astrattamente inteso come il “luogo” in cui il discorso si organizza. L’enunciazione costituisce dunque l’atto di mediazione fra la lingua in quanto struttura sociale e il discorso in quanto prodotto individuale.

Tale atto produttivo può essere studiato da prospettive diverse, ma da un punto di vista semio- linguistico il suo interesse risiede essenzialmente nel fatto che l’enunciato conserva tracce di questo atto, e può contenere, più o meno esplicitamente, allusioni ad esso, e al soggetto implicato, che entrano a far parte del senso stesso dell’enunciato. Ogni lingua, infatti, a quanto è dato sapere, dispone di parole e di strutture che permettono di fare riferimento all’atto di enunciazione, e che sono interpretabili solo come riferimenti ad esso: deittici, pronomi personali, avverbi di luogo e tempo…

L’assunzione di questo concetto negli studi linguistici e semiotici di ambito strutturalista, avvenuta nel corso degli anni Settanta, ha comportato un notevole mutamento di prospettiva, epistemologica e metodologica, tanto da essere considerata da molti come una sorta di spartiacque fra una “semiologia” di ispirazione strettamente saussuriana, dedicata allo studio dei codici linguistici intesi come sistemi di segni, e una “semiotica” testuale, o del discorso, che ha per oggetto proprio gli esiti dell’enunciazione, in cui torna ad assumere valore tutta una serie di istanze che l’originario approccio strutturalista aveva escluso, come la soggettività e la contestualizzazione socio-culturale dei linguaggi.

L’oggetto semiotico si troverebbe così ad essere articolato in due livelli, come prospettava già lo stesso Benveniste nei suoi ultimi scritti, con la distinzione fra una “semiotica”, dedita allo studio dei “codici” e delle loro strutture (l’ambito “classico” dello strutturalismo), e una “semantica”, dedita allo studio dell’enunciazione e del discorso. Due prospettive che avrebbero dovuto costituire insieme un unico programma “semiologico”.

Questa duplice prospettiva, sempre secondo Benveniste, non sarebbe però estendibile a tutti i “sistemi di segni”, poiché solo la lingua verbale appare dotata di entrambi i livelli, mentre altre forme semiotiche sarebbero dotate di uno solo di essi. Così, ad esempio, la musica avrebbe il solo livello semiotico, mentre le immagini pittoriche, suggerisce sempre Benveniste, sarebbero dotate del solo livello semantico, o si potrebbe al più ipotizzare, per queste, l’esistenza di semiotiche locali, relative al singolo testo e non generalizzabili.

Già queste specificazioni sollevano una serie di questioni circa il possibile ruolo del concetto di enunciazione all’interno di una teoria della significazione che dovrebbe farsi carico dei diversi tipi di sistema, e non solo di quello linguistico. Ciò nonostante, le prospettive che esso apre alla ricerca sono tali che, come ha scritto Giovanni Manetti, quasi ogni semiotico ha incontrato prima o poi il tema dell’enunciazione e vi ha riflettuto sopra, senza mantenersi necessariamente coerente con l’impostazione benvenistiana.

L’enunciazione, del resto, è entrata a far parte anche della costruzione teorica greimasiana alla fine degli anni Settanta come luogo di connessione fra due livelli del percorso generativo, e cioè come attualizzazione delle strutture semio-narrative in strutture discorsive, attraverso la mediazione di un soggetto.

Si tratta evidentemente di una riformulazione del “modello” di Benveniste, in cui però nella posizione di forme virtuali, in luogo della lingua, sono poste le strutture semio-narrative. Il soggetto responsabile della mediazione, per evitare caratterizzazioni socio-psicologiche ingestibili da una prospettiva semiotica, viene definito come istanza astratta caratterizzata dalla combinazione di due forme di competenza, una competenza “semiotica”, che consiste appunto nella convocazione delle strutture semio-narrative, e una competenza “discorsiva” che definisce la posizione del soggetto rispetto all’organizzazione spazio-temporale degli enunciati e rispetto agli attori disseminati nella scena discorsiva. Posizione che viene modulata dalle operazioni opposte del debrayage e dell’embrayage. Altro elemento importante della teoria greimasiana è la distinzione fra l’enunciazione vera e propria, che rinvia ad una istanza enunciante presupposta, ma necessariamente assente dall’enunciato, e l’enunciazione enunciata che consiste nella distribuzione all’interno dell’enunciato di attori-locutori, impegnati in atti di enunciazione.

Tale prospettiva viene progressivamente modificata nel corso degli anni 90, anche grazie ai contributi di Jean-Cloud Coquet, Paolo Fabbri, Eric Landowski, Jacques Fontanille, Jacques Geninasca, e porta alla formulazione del concetto di prassi enunciativa, in Semiotica delle passioni, con cui si cerca di rendere conto della complessità della competenza semiotica, vista non più solo come convocazione delle strutture narrative ma anche di tutto un insieme di forme culturalmente sedimentate che concorrono alla definizione del discorso: dalla lingua stessa, con i suoi diversi registri, agli stili espressivi o rappresentativi, ai modi di dire, e così via, che fanno dell’enunciazione un atto non interamente individuale e sempre connesso ad una dimensione più ampiamente culturale che viene anch’essa convocata in discorso.

Il concetto di enunciazione, progressivamente ridefinito e allargato, ha così trovato declinazioni specifiche in ambiti particolari di ricerca.
Focalizzando l’attenzione sulle immagini e sui testi visivi, oggetto di questo congresso, possiamo ricordare come siano stati soprattutto i lavori di Louis Marin e di Hubert Damisch, fin dai primi anni Settanta, a mettere in rilievo l’esistenza di una serie di dispositivi “enunciazionali” nelle rappresentazioni pittoriche. Su tutti quello prospettico, che impone l’iscrizione nella struttura dell’immagine di un punto di vista che si configurerebbe, proprio come l’istanza soggettiva di enunciazione, quale luogo di organizzazione della scena discorsiva presentata. Ma anche altri elementi, come la cornice, o la firma, possono assumere una funzione enunciazionale nel dichiarare il carattere di “rappresentazione” della rappresentazione stessa, o, con i termini di Marin, di fungere da presentazione della rappresentazione. Altre ricerche hanno invece richiamato l’attenzione su quegli elementi della rappresentazione che creano un effetto di connessione fra lo spazio-tempo rappresentato e lo spazio-tempo “esterno”, occupato dallo spettatore, assumendo così la funzione di shifters, o embrayeurs: ricordiamo l’opposizione fra sguardo frontale e di profilo, studiata da Meyer Schapiro; la presenza di artifici per condizionare lo sguardo dello spettatore, studiati da Victor Stoichita; le forme di esplicita cancellazione della differenza fra questi spazi, come nel trompe-l’œil studiato da Omar Calabrese, o nei quadri devozionali a lume di notte studiati da Lucia Corrain. È importante notare come a differenza di quanto avviene nello studio dei testi verbali, scritti o orali, in gran parte degli studi sulle immagini l’enunciazione riguardi solo occasionalmente l’iscrizione di una soggettività enunciante nel testo, e tenda invece a configurarsi come studio delle forme di implicazione dell’osservatore, in una scena enunciazionale in cui lo spazio dell’enunciatore appare completamente “sospeso”, non pertinente. Con ogni evidenza, la distinzione genettiana fra “chi vede” e “chi parla”, fra modo e voce, tende qui ad essere annullata a tutto favore del primo termine, e questo, a sua volta, ad essere interamente delegato alla posizione dell’enunciatario testuale.

La stessa cosa probabilmente non può essere detta degli studi sul cinema, in cui i temi dell’enunciazione si affermano a partire dai primi anni Ottanta, con i lavori, fra altri, di Francesco Casetti, François Jost, Dominique Chateau, Jacques Aumont, per citare alcuni dei partecipanti al numero di Communications del 1983 interamente dedicato all’enunciazione filmica, e che costituisce una pietra miliare degli studi sull’enunciazione filmica, o di Christian Metz. Anche in questo ambito

è sicuramente importante la comprensione dei modi di implicazione dello spettatore, poiché, come afferma Casetti, proprio nel suo saggio sul numero citato di Communications, ciò che è importante per il testo filmico non è tanto di essere guardato ma di farsi guardare. Emergono però come parimenti rilevanti anche tutte le questioni relative all’istanza implicita che governa l’insieme delle operazioni di “messa in discorso”.

Fra queste meritano una menzione particolare quelle che riguardano i movimenti di camera, che possono essere più o meno riconducibili ad un soggetto osservatore, o anche portare a valorizzare il movimento di macchina in quanto tale, come nell’oggettiva irreale di cui parla Casetti, o nell’enunciazione impersonale di cui parla Metz. O ancora, almeno altrettanto importanti, le scelte di montaggio, sia fra i piani filmati sia fra i diversi registri (montaggio verticale), capaci di suggerire l’atteggiamento generale di un’istanza enunciante rispetto alla scena enunciata.

Le varie prospettive qui riassunte hanno contribuito ad arricchire il campo degli studi sull’enunciazione nei testi visivi e audiovisivi, orientando la ricerca verso questioni che ci sembrano di assoluto rilievo nel panorama culturale odierno, in cui la presenza delle immagini è sempre più pervasiva e richiede strumenti sempre più sofisticati di analisi e di riflessione.

Pensiamo ad esempio alla rilevanza “attestativa” o documentale delle immagini, ovvero alla loro capacità di presentare situazioni o eventi “reali”, che appare oggi centrale in diversi generi di discorso, da quello politico a quello scientifico e nei dibattiti sulla produzione e diffusione di “falsi”, fake Images e deep fakes. Capacità che si gioca fra strategie opposte di oggettivazione, ovvero di esclusione dell’intervento di un’istanza enunciante, e di “soggettivazione”, con la sottolineatura della posizione testimoniale dell’istanza enunciante.

Un altro interessante ambito sembra essere quello costituito dalla realtà virtuale e dalla realtà aumentata, in cui le strategie di inclusione dell’osservatore nel mondo rappresentato, o al contrario di integrazione del mondo rappresentato nello spazio enunciazionale appaiono fondamentali; possiamo anche pensare all’arte contemporanea che continua ad elaborare modi sempre nuovi di embricare lo spazio enunciato con quello dell’enunciazione, o alle forme di enunciazione simulacrale della soggettività che pervadono i social media, e in particolare quelli più strettamente legati alle immagini, come Instagram.

Ma ovviamente non è solo il campo aperto dalle nuove tecnologie a sollecitare una riflessione sulla dimensione enunciazionale delle immagini, in quanto anche le forme più tradizionali di presentazione delle immagini, dalla pittura, alla fotografia, al cinema costituiscono un luogo sempre attuale di sviluppo analitico e di riflessione che possono aiutarci a comprendere meglio sia il modo di significare di questi testi sia la portata teorica del concetto di enunciazione.

Possibili ambiti di intervento:

1. Aspetti teorici dell’enunciazione (nei testi verbali e non verbali)
2. Enunciazioni visive e forme di soggettivazione
3. Strategie di oggettivazione visiva, tra data visualization e realismo documentale 4. Social media e specificità delle enunciazioni visive
5. Enunciazione e interazione
6. Prassi enunciativa e atlanti della memoria
7. L’enunciazione nelle arti contemporanee

La scadenza per l’invio delle proposte all’indirizzo email della segreteria AISS (info@associazionesemiotica.it) sarà il 1° luglio 2019.
L’accettazione o meno delle proposte sarà comunicata entro il 30 luglio 2019.

Le proposte dovranno avere una lunghezza compresa tra i 1500 e i 3000 caratteri + bibliografia e breve nota biografica e dovranno indicare a quale degli ambiti di intervento sopra indicati fanno riferimento.

Comitato scientifico responsabile della selezione delle proposte: oltre al
Direttivo AISS, Giovanni Manetti, Tarcisio Lancioni, Alessandro Prato, Giulia Ceriani.

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