“Gli inganni della trasparenza”, Giacomo Tagliani

Extraído de doppiozero.com

Ci sono pochi dubbi sul fatto che la trasparenza sia la retorica dominante di questo primo scorcio di Nuovo Millennio. Numerosi gli studi che hanno affrontato tale questione, pressoché infiniti gli esempi offerti dalla quotidianità politica e cronachistica a sostegno di questa tesi. Parlamento come casa di vetro, riunioni in streaming, accesso diretto ai dati, quantificazione compulsiva delle informazioni, imprescindibili esigenze confessionali: ecco un piccolo ventaglio della mania di trasparenza che irrora i discorsi sociali. Ma questa visibilità virtualmente illimitata non rischia di essere anche una trappola, come ammoniva Michel Foucault più di quarant’anni fa nella pagine di Sorvegliare e punire? Il filtro invisibile della perfetta trasparenza, denegando la sua stessa presenza, non finisce per essere nient’altro che un trompe-l’oeil, inganno insieme sensoriale e cognitivo?

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                             Laurent Grasso, Visibility is a Trap, 2012.

Questi pensieri si rincorrono mentre sfoglio le pagine che compongono La trasparenza inganna (Luca Sossella Edizioni, 2015), una raccolta di interventi curati da Maria Albergamo, corredati da un interessante apparato iconografico che costruisce una mappa anacronistica e dialogica attorno alla polarità opacità/trasparenza. Una prospettiva spagnola – è questo il primo luogo di elaborazione del volume – che fa continuo riferimento all’esperienza italiana e che mostra un duplice piano di interesse.

Anzitutto perché se Italia e Francia erano stati i Paesi pionieri nella messa a punto della “società dello spettacolo integrato”, come sosteneva Guy Debord nei suoi Commentarii del 1989, Italia e Spagna sembrano essere oggi i centri propulsori proprio di quella “società della trasparenza” che dello spettacolare integrato ne costituisce l’ultima incarnazione. E dunque questa prospettiva non può che giovare al lettore italiano, che osservando un fuori per molti versi analogo al nostro Paese sarà in grado di ricodificare le conclusioni analitiche nel proprio orizzonte di senso. In secondo luogo, perché qui gli strumenti offerti dalla semiotica sviluppano appieno la loro efficacia diagnostica a partire da una validità analitica messa in rilievo dal dialogo istruito con le discipline affini, quali la sociologia, l’antropologia, la teoria dell’arte. Uno sguardo che sembra ancora riuscire a cogliere in profondità i processi di significazione come operazione imprescindibile per la comprensione delle dinamiche culturali nel momento del loro apparire.

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Attraversando le pagine del volume, il lettore si imbatte in alcuni snodi che hanno segnato il dibattito contemporaneo sulla dialettica tra diritto alla conoscenza e diritto alla riservatezza, così come in episodi minori eppure esemplari di questa dicotomia instabile. Se la trasparenza qualifica la relazione tra soggetto e mondo, nelle forme di un’esigenza politica, allo stesso modo orienta il rapporto tra individuo e sé, nei termini di un’impostazione etica sulla quale lo stesso Foucault si è soffermato a lungo nelle sue ultime ricerche affrontando il dispositivo confessionale e i processi di conoscenza dei moti dell’animo. Due movimenti, verso l’esterno e vero l’interno, profondamente intrecciati, al cui punto di intersezione emerge il problema della rappresentazione e dell’immagine di sé. Appunto per questo in tutti gli interventi la trasparenza non è mai disgiunta dall’opacità, coppia dialettica che costituisce il fondamento proprio di quella teoria dell’enunciazione iconica proposta da Louis Marin e adottata con profitto (sebbene con varianti) da gran parte della teoria dell’arte contemporanea.

Non si tratta affatto di temi astratti: basti pensare alla questione capitale dell’immagine efficace che ogni istanza di potere deve sviluppare per trasformare la sua riserva di forza in atto performativo, come già ricordato da Francesco Zucconi in un bell’articolo. Le forze politiche italiane hanno sviluppato in questi ultimi anni strategie sempre più raffinate (a maggior ragione quando sembrano particolarmente rozze), sottolineando la prossimità tra “uomo politico” e “uomo qualunque”. Strategie che, rispetto ai sovrani medievali o dell’Assolutismo (oggetti delle analisi rispettivamente di Kantorowicz e Marin), e che ancora erano rintracciabili in qualche modo nella figura berlusconiana, non puntano più ad enfatizzare quella zona opaca e inconoscibile del potere, che ne costituirebbe appunto la grandezza, quanto semmai a rappresentarsi nella loro “nudità” immediatamente accessibile. Una politica dunque de-ritualizzata perché trasformata integralmente in un incessante rito liturgico e glorioso – come ha argomentato Giorgio Agamben ne Il Regno e la Gloria – fatto di happening, convention, tour, dimostrazioni e sit-in, sempre a stretto contatto con il “popolo”.

Una strategia che non è ovviamente esente da rischi, come testimonia il caso francese, dove la richiesta di fiducia all’elettorato che traspare dalle immagini di vita quotidiana “messa in posa” dei politici diventa talmente marcata da ingenerare il sospetto di una manipolazione nascosta; la conseguenza è la perdita di consensi da parte delle forze “tradizionali” nel momento in cui si avventurano sul terreno dell’“anti-politica” senza riuscire a opporvi antidoti specifici. Il saggio di Juan Alonso, ricorrendo all’efficacia della teoria dell’enunciazione, mette bene in rilievo i valori implicati in questo ordine discorsivo, per evidenziare l’emersione di un “nuovo realismo” che altro non è, a conti fatti, che una nuova forma di idealismo. Una prospettiva che il dibattito filosofico e giornalistico italiano farebbe bene a tenere a mente.

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                           Antonio Corradini, La pudicizia.

Le considerazioni qui sommariamente elencate attraversano puntualmente l’introduzione di Maria Albergamo, che si sofferma su un passaggio decisivo per descrivere la situazione italiana odierna: “La trasparenza sottrae spazio al segreto, mette in questione quei principi rappresentativi ed elettivi su cui si sono basate sino a oggi le democrazie, e che appaiono sempre più inadeguate. La trasparenza nega alla politica le ideologie, dando in cambio solo opinioni o mero esercizio di amministrazioni pubbliche” (p. 8).

La trasparenza intercetta così quel quadrato semiotico della veridizione proposto da Algirdas Greimas che descrive in termini minimi le strategie e le retoriche del dir-vero all’interno del discorso, lavorando sui due poli dell’essere e dell’apparire. Contrariamente al luogo comune che interpreta la nostra come “società dell’apparenza”, la trasparenza sottomette l’apparire all’essere, idealizzando la verità nella forma utopica del suo mostrarsi senza mediazioni, a discapito del segreto – come visto – e ovviamente della menzogna e della falsità, i quattro poli che emergono dall’interazione fra i termini del quadrato. Nell’epoca della post-truth, allora, sembra proficuo rispolverare utensili apparentemente desueti per esercitare una lettura diagnostica del presente, specialmente quando intercettano quella riflessione critica che sul tema si è interrogata con notevole lungimiranza.

Penso ad esempio ancora a Foucault nel momento in cui rimarcava il proliferare inconsistente di espressioni (a noi ormai molto familiari) quali “essere se stessi” ed “essere autentici”, evidenziando l’urgenza e insieme l’impossibilità della costruzione di un “etica del sé” quale compito “politicamente indispensabile” (L’ermeneutica del soggetto. Corso al Collège de France 1981-1982, Milano, Feltrinelli, 2003, pp. 221-222). O, molto più recentemente, a Byung-Chul Han, quando mette in rilievo lo svuotamento di tutte le “forme d’apparenza” in una società contemporanea de-ritualizzata e denudata, sempre più prossima a una “porno-società” che elimina le proprie maschere e lascia campo libero al controllo nella forma di una sorveglianza continua che è solo un simulacro instabile della democrazia (La società della trasparenza, Nottetempo 2014).

vietnam_veterans_memorial-1                    Vietnam Veterans Memorial, Washington D.C. 

La trasparenza, insomma, non è altro che “un effetto di senso”, come afferma Rayco Gonzalez nel suo ricco contributo che evidenzia come tale proliferazione di trasparenze sia in parte anche una risposta alla “sindrome del sospetto” (78) che attanaglia il presente. Un effetto di senso ascrivibile a un più ampio contesto ideologico, riscontrabile nel cuore del concetto stesso di medium, nota Marcello Serra, che di tale ideologia descrive una curiosa inversione: dal caratterizzare un rapporto di piena conoscenza – il linguaggio di programmazione dei primi computer, che l’utente padroneggiava sino a raggiungere la “nudità” della macchina (p. 61) – la trasparenza è passata a indicarne uno di piena fiducia, tipico della fruizione a finestre dei sistemi operativi più diffusi. Una modalità adottata poi dai motori di ricerca più utilizzati, dove gli algoritmi celano le proprie operazioni presentando i risultati in forme che “naturalizzano” i filtri di ricerca (qui una disamina approfondita di Flavio Pintarelli).

È proprio nel web che l’ambivalenza della trasparenza trova il suo terreno d’elezione (se ne occupa da anni, tra gli altri, il collettivo Ippolita) e forse il caso WikiLeaks ne è stato il fenomeno più esemplare. Sarà a causa della speciale risonanza che il famoso Cablegate ha avuto nel modo ispanofono, la figura di Julian Assange (messo frettolosamente ai margini delle cronache recenti) è la grande co-protagonista di questo libro. Ma la sua sete di trasparenza, notano tanto Oscar Gómez quanto Pablo Francescutti, si ammanta di una duplice opacità. La prima relativa alle forme di diffusione dei dati, ovvero il terreno d’efficacia della trasparenza, che hanno dovuto sottostare a processi di incorniciatura che istituiscono soglie di mediazione spesso istituzionalizzate, quali ad esempio i grandi quotidiani che hanno agito da cassa di risonanza per portare a conoscenza del vasto pubblico i contenuti delle comunicazioni. La seconda relativa alla stessa figura pubblica di Assange, che viene costruita attraverso un’auto-rappresentazione estremamente opaca in modo da garantire l’autorità di un discorso che si presenta come rivelato (un “mascheramento soggettivante”, lo avrebbe definito Greimas).

Il volume si conclude così con un’ipotesi “machiavelliana”: che la torsione subita dalla trasparenza propugnata da WikiLeaks rappresenti un male minore e tutto sommato inevitabile per permettere la circolazione del discorso di svelamento. Con una sfumatura inquietante: che sia stato questo un pegno necessario che Assange ha dovuto pagare per acquisire l’agognata notorietà. Ma questo non è il grande interrogativo che attraversa tutte le ideologie della trasparenza non appena si incarnano in un’entità politica?

Mentre scrivevo queste righe, sono stato raggiunto dalla notizia della scomparsa prematura di Maria Albergamo. Al suo lavoro e alla sua memoria dedico questo testo.

Giacomo Tagliani

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