“La passività delle masse”, Vanni Codeluppi

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Le società contemporanee hanno bisogno della massa, ma questa ha costituito un problema sin dal momento della sua apparizione, nelle prime forme di metropoli sviluppatesi durante l’Ottocento. Non a caso scrittori lungimiranti come Poe e Baudelaire, all’epoca, hanno avvertito l’esistenza di tutto ciò. La massa è problematica perché si presenta come un aggregato estremamente ampio di individui, ma privo di organizzazione e composto di soggetti isolati e incapaci di interagire tra loro in modo significativo. Gustave Le Bon, alla fine dell’Ottocento, nel celebre volume Psicologia delle folle (Longanesi), ha interpretato la massa come il risultato di un processo di omologazione: «Quali che siano gli individui che compongono la folla, per simili o diversi che possano essere il loro modo di vita, le loro occupazioni, carattere e intelligenza, il solo fatto di essere trasformati in massa li dota di una sorta di anima collettiva, in virtù della quale essi sentono, pensano e agiscono in modo del tutto diverso da quello in cui ciascuno di essi, preso isolatamente, sentirebbe o penserebbe e agirebbe. Certe idee, certi sentimenti nascono e si trasformano in atti soltanto negli individui costituenti una massa».

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La massa inoltre è un’entità in costante cambiamento, all’interno della quale gli individui si trovano insieme provvisoriamente, ma per proseguire poi ciascuno il proprio percorso. Ne deriva che siamo di fronte a una realtà che presenta un’identità instabile e non precisamente definita. La massa dunque suscita ansia anche a causa di queste sue caratteristiche. Gli individui che ne fanno parte sono difesi e protetti, ma in cambio di ciò non sono più guidati dalla loro volontà e dalla loro razionalità, bensì dai bassi istinti stimolati dalla folla. Si trovano «in uno stato particolare, assai simile allo stato di fascinazione dell’ipnotizzato nelle mani dell’ipnotizzatore».

La massa, dunque, è anch’essa ambigua, come la modernità che incarna: protegge e impaurisce nello stesso tempo. Consente di perdersi al suo interno e di non essere più reperibili, ma è anche una fonte di ignoti pericoli. Per questo, sin dall’inizio, è stata percepita anche come una possibile fonte di rischi.

L’analisi di Le Bon è stata contestata pochi anni dopo la sua formulazione da Sigmund Freud, il quale ha sostenuto che questi fenomeni non sono occasionali, ma rappresentano delle costanti del comportamento umano. Vale a dire che lo stato di regressione e la disponibilità degli individui alla sottomissione sono presenti in tutte le civiltà. Resta comunque il fatto che la storia ha fornito numerose conferme dell’interpretazione di Le Bon secondo cui gli individui appartenenti alle masse sono facilmente suggestionabili e sono dunque disponibili a essere guidati da un soggetto forte, da quella personalità che essi hanno irrimediabilmente perduto. Le masse cioè sono disposte a seguire un leader che, come ha messo in luce pochi anni dopo la celebre analisi di Max Weber in Economia e società (Edizioni di Comunità), fondi la sua legittimità sul potere carismatico e sia in grado di infondere fiducia attraverso immagini e simboli.

Jean Baudrillard ha sostenuto invece alla fine degli anni Settanta, nel volume All’ombra delle maggioranze silenziose ovvero la morte del sociale (Cappelli), la tesi che il sociale sta scomparendo e che la responsabilità di ciò è da imputare alla massa, che si presenta come passiva e si rifiuta di fare tutto quello che la società tenta di imporle. La massa è composta cioè di individui che rifiutano di fare il loro dovere di cittadini e consumatori e di consentire perciò alla società di funzionare in maniera efficace. Rappresenta dunque una sorta di “buco nero” che tende a contrapporsi a ogni istituzione rappresentativa, a neutralizzare tutto quello che riceve, ad annullare ogni possibile significato.

Per Baudrillard, ciò rende la massa affine al terrorismo, il quale, come esse, è totalmente privo di qualsiasi forma di rappresentatività sociale o di classe. E si presenta dunque anch’esso ai nostri occhi come privo di senso. Se non fosse così, si tratterebbe infatti di un fenomeno di banditismo oppure di un’azione militare di commando. Invece l’atto terroristico rappresenta una sfida al senso e ciò l’avvicina nella nostra percezione alla catastrofe naturale, fuori dal controllo degli esseri umani e dunque, in quanto tale, insensata. Oppure l’avvicina al blackout che può colpire un sistema tecnologico, anch’esso del tutto indipendente dal controllo umano.

Baudrillard era pienamente consapevole del fatto che tra la massa, il terrorismo e i media sussiste un rapporto particolarmente intenso. Sosteneva però che la massa non sviluppa più rispetto ai messaggi mediatici delle strategie di resistenza basate sulla reinterpretazione e sulla riappropriazione, come affermavano in passato le teorie sociologiche relative alla ricezione dei messaggi dei media. Essa, infatti, non cerca di attribuire un proprio senso ai messaggi che riceve, ma vi oppone la sua indifferenza. Accetta passivamente tutto quello che le viene inviato e lo fa scivolare in uno spazio caratterizzato dall’indeterminazione. Ne consegue che, come ha affermato lo stesso Baudrillard, «le masse sono un medium più forte di tutti i media».

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