“L’orrore va in mostra, ma non gli si dà più senso”, Paolo Fabbri

Extraído de Lettera43

Immagini oscene. Caricate da media e cittadini. «Un delirio di presenzialismo, dove nessuno spiega». Fabbri a L43: «I giornali stanno abdicando al loro ruolo».

di Giovanna Faggionato. 15 Luglio 2016

Sui corpi massacrati stesi sull’asfalto della Promenade des Anglais di Nizza si accaniscono media e social network.
Bisogna guardare l’orrore nella sua materialità, sembra rivendicare Wikileakspubblicando sul suo account un video, rilanciato migliaia e migliaia di volte, in cui si vedono i morti maciullati e sanguinanti sulla strada ripresi da pochi metri di distanza. La polizia francese, già nelle prime ore dopo la strage, aveva chiesto di non condividere le immagini e i video choccanti.
STRATEGIE DI COMUNICAZIONE SENZA DARE SIGNIFICATI. Ma i media tradizionali sono andati in ordine sparso: l’emittente France2, molti quotidiani spagnoli e inglesi hanno pubblicato tutto e poi hanno rimosso o chiesto scusa. E altri video, in cui i cadaveri, ormai trasformati in feticcio, in elemento di una conversazione, erano riconoscibili, sono stati pubblicati su Instagram da utenti comuni e cancellati solo dopo la rivolta di decine e decine di commentatori.
«Viviamo un delirio di presenzialismo, un selfie generalizzato», dice Paolo Fabbri, docente di semiotica all’Università Iulm di Milano e alla Luiss di Roma, «e in questo scenario si crea una guerra di comunicazione in cui ognuno – i terroristi, lo Stato francese, Wikileaks, i cittadini  – persegue la sua strategia e nessuno però dà un significato a quelle immagini».

fabbri

DOMANDA. Cosa intende quando parla di un selfie generalizzato? 
Risposta. È un problema trasversale. C’è un conflitto profondissimo nella nostra cultura tra sfera dell’intimità ed esibizionismo. Si vedono immagini postate sui social network di persone che passeggiano sulla Promenade di Nizza e si fotografano vicino a cadaveri anonimi. È un modo per dire: «Eravamo lì e lo abbiamo visto». Per dire: io c’ero. Queste persone si considerano inviati speciali: è la personalizzazione estrema dell’informazione. Ed è anche l’oscenità più estrema.
D. Le piattaforme social diventano così la cassa di risonanza di questo presenzialismo.
R. Il famoso semiologo e linguista russo Roman Jacobson aveva individuato una precisa funzione del linguaggio. Non quella referenziale, che è quella che dà le informazioni, non quella emotiva che trasmette un’emozione, ma quella fàtica e cioè la mera funzione di mantenere un contatto. E noi viviamo nell’era della funzione fàtica, dei social network, del contatto e del contagio del contatto. Che non veicola né informazione né emozione, ma è solo un essere in presenza di altri.
D. Poi però chiediamo ai social netwrok di intervenire per correggere i nostri comportamenti, di assumersi una responsabilità pubblica: un paradosso?
R. Un grande paradosso, diamo a Google e a Apple, imprese private, un ruolo fondamentale di gestione del linguaggio pubblico.
D. La polizia francese ha chiesto di non condividere foto e video choccanti. 
R. Lo Stato francese sta cercando di dare un segnale di controllo. Non si tratta di un controllo reale, ma di una semiotica del controllo. Perché è chiaro, è evidente che siamo di fronte a un fenomeno incontrollabile.
D. Sul piano della comunicazione o su quello reale?
R. Su entrambi. Lei sa che durante la finale degli Europei si dice che ci fossero 1.300 gendarmi e poliziotti. E oggi Hollande ha dichiarato: aumenteremo il livello di sicurezza. Prolungheranno ancora lo stato di emergenza. L’unica maniera che hanno è rassicurare. Ma non possono controllare l’oscenità di chi rivendica la propria presenza. Una volta le immagini delle morti delle stragi anche a livello personale erano un memento mori, un insegnamento, ora non è più così. La verità è che non ci sono solo immagini violente ma che si possono violentare le immagini: ed è quello che abbiamo oggi sotto gli occhi.
D. Cosa pensa della scelta di Wikileaks di pubblicare invece il video?
R. Credo che l’operazione di Wikileaks non sia una semplice operazione anarchica, ma significhi: rendetevi conto fino a che punto si può arrivare. Una sorta di tentativo pedagogico. Contemporaneamente però la pura documentazione dell’immagine è un’oscenità se lanciata in maniera anarchica e in questo caso intendo anarchico in senso negativo. Pubblicare le immagini è una scelta in sé, ma le immagini in se stesse non hanno un significato. È il linguaggio ancora che le seleziona, le ancora, le appoggia.
D. I media tradizionali che hanno adottato una linea abbastanza comune su alcune immagini diramate dall’Isis come le decapitazioni in Medio Oriente, quando l’orrore è entrato nel nostro quotidiano sono andati nuovamente in ordine sparso: ci sono stati quotidiani e emittenti che hanno pubblicato e trasmesso tutte le immagini, anche le peggiori, e le hanno rimosse solo in un secondo momento.
R. Prima fanno vedere tutto, poi tolgono tutto. È una strategia perversa tipica dei media: buttare tutto in scena. Ma noi non abbiamo bisogno di pura documentazione, abbiamo bisogno di pertinenza, di dare significato ai segni.
D. Qualcuno potrebbe argomentare che anche durante le guerre è necessario mostrare la realtà, storicamente il mostrare i corpi straziati era un atto che rompeva l’opacità della propaganda. 
R. L’occhio dei media quando fa inchiesta è cruciale: nel caso della strage di Tolosa compiuta da Merah le immagini e la presenza dei media sono riusciti a far emergere le mancanze della polizia. Ma non è questo il caso. Sa chi si sarebbe lamentato oggi?
D. Chi? 
R. Umberto Eco, che non sopportava il contagio del contatto. Lui credeva che la comunicazione fosse un flusso a due gradini. Sul primo sta Wikileaks, sull’altro stanno i giornali. Ed Eco era un uomo del mondo dei giornali, credeva nel ruolo dei media.

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