“Semiotica o semiologia”, per T. De Mauro. Paolo Fabbri

La ricerca in semiotica ha molto appreso dall’insegnamento di Tullio De Mauro. E’ il caso di ricordarlo, al momento grave della sua dipartita. Sapendo che il ricordo è una ricerca, la quale, come l’insegnamento, è questione di segni ed è rivolta al futuro.

Vorrei quindi rintracciare un colloquio di De Mauro con il semiologo argentino J. Louis Prieto, allora professore a Ginevra, nella cattedra che era stata di Ferdinand de Saussure.

La conversazione, datata il 9, giugno del 1990*, introduce il secondo volume dei mal conosciuti Saggi di semiotica: sull’arte e sul soggetto, dello stesso Prieto, apparsi da Pratiche editore, Parma nel 1991. Poiché portava su di un tema allora – ed ora – corrente nel “discorso giornalistico: la semiotica è in crisi, i semiotici non fanno più semiotici” è da semiologo che ne riporto, in questo conclusivo momento, gli estremi.

De Mauro sospettava che la cd. crisi fosse “una ricaduta dell’”effetto Eco”. Si dice: i semiotici scrivono romanzi o si occupano di varia saggistica”. E indicava a sostegno gli esempi di J. Kristeva e di T. Todorov, fino ai dubbi epistemici di Emilio Garroni sulla possibilità di costruire una scienza positiva dei segni.

De Mauro premetteva però “una dichiarazione di voto preliminare.“ Non capisco come si possa non studiare la comunicazione”. E ne traeva la

“necessità di un’analisi dei fatti linguistici e di comunicazione.“ Aggiungendo e concludendo: “non riesco a capire come si possano studiare questi fenomeni da un punto di vista che non sia quello di una scienza molto generale dei segni: la semiotica o semiologia, appunto”.

Alle osservazioni di Prieto sulla distinzione tra la filosofia analitica del linguaggio e una semiotica destinata allo studio pertinente delle decisioni di senso, De Mauro rincarava: “Quindi la semiologia per te non diventa una filosofia del linguaggio, bensì una filosofia delle attività soggettive (decisionali), cioè una filosofia della prassi.” E aggiungeva “la semiologia è qualcosa di ancor più generale” , in quanto la comunicazione riguarda “tutti gli esseri viventi in grado di trasformarsi senza necessità causale”, ma anche “ i fenomeni di comunicazione meccanica programmata”. Se “comunicare vuol dire codificare ossia stabilire classi di sensi (significati) e classi di espressioni (significanti) sistematicamente collegate ad esse dal rapporto di significazione” allora, concludeva De Mauro “ancorerei la semiotica o semiologia ai fatti di comunicazione in senso stretto e resterei così più vicino alla semiologia definita da Saussure”. E si preoccupava vivamente che questo senso stretto non interessasse più ai semiologi.

Prieto ribatteva allora che forse la semiologia non esisteva ancora per quel avrebbe dovuto essere o sarebbe stata: “un’antropologia filosofica”, centrata ma non esaurita dallo studio della comunicazione. E proseguiva: dato che “la pertinenza** implica la biplanarità (…) ogni scienza dell’uomo(…) sarebbe in una certa maniera una semiologia”.

De Mauro si dichiarava d’accordo sull’esigenza che facesse “parte del lavoro del linguista elaborare la nozione di pertinenza” e che questo conducesse il linguista su un piano molto più generale dei fenomeni linguistici. “Un cammino è stato fatto da tanti linguisti e filosofi a cui sono molto affezionato come Saussure, Hjelmslev, Wittgenstein”. Insisteva quindi di tener conto che accanto alla lingua e alle nozioni generali di arbitrario e di pertinenza “ci siano altre famiglie di codici che regolano altri fatti di comunicazione in senso stretto”. Prieto rivendicava anche lui la relazione tra lingua e cultura: “l’onnipotenza culturale che ci consente di profittare dell’onnipotenza semiotica offerta dalla lingua”

Come chiamare allora, chiedeva e continua a chiederci Tullio De Mauro, questa “teoria generale della comunicazione”? Nel malinconico giorno della sua scomparsa, ritengo dovremmo rispondere insieme a lui: una “semiotica “marcata” della cultura”.

 

*Quando De Mauro redigeva il grande vocabolario della lingua italiana d’uso.

 **Sulla nozione di pertinenza e pratica, ripresa da Umberto Eco, v. la mia introduzione a Luis Jorge Prieto, “Il mito dell’originale”, Documenti di lavoro del CiSS di Urbino, n. 6, Aracne, Roma, 2015

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